Articolo tradotto da Carlotta Acme, traduttore inglese italiano e traduttore italiano inglese

In Gran Bretagna l’epidemia di coronavirus ha causato oltre 40.000 vittime e centinaia di migliaia di contagi, compreso il Primo Ministro Boris Johnson, paralizzando l’economia. La malattia potrebbe ora reclamare un’altra vittima: l’accordo commerciale fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea.

La Brexit dal punto di vista del Regno Unito

Negli scorsi giorni le due parti hanno annunciato di aver fatto pochi progressi nel tentativo di arrivare ad un accordo commerciale post-Brexit. La scadenza dei negoziati è fissata entro la fine dell’anno e giugno è l’ultimo mese disponibile per richiedere un’estensione dei termini, ma il governo di Johnson sostiene che preferirebbe lasciare il tavolo senza un accordo piuttosto che prolungare la trattativa.

Anche se potrebbe trattarsi di un atteggiamento di facciata, dato che ora la Gran Bretagna afferma di voler accelerare il ritmo dei negoziati il mese prossimo, la pandemia ha stravolto i calcoli economici e politici del governo. Una brexit senza accordo, che una volta sembrava quasi impossibile, ora sembra del tutto plausibile.

Lungi dallo spingere Johnson a chiedere più tempo, la pandemia sta colpendo l’economia globale al punto che alcuni si chiedono se un accordo con l’Europa abbia ancora senso per la Gran Bretagna. Johnson si trova già sotto accusa per avere gestito l’epidemia in modo confusionario e i compromessi che avrebbe dovuto fare con Bruxelles per arrivare a un’intesa potrebbero essere troppo grandi per un governo già molto criticato.

“Agli occhi del governo, il Covid-19 ha ulteriormente ridotto il valore di un accordo“, ha dichiarato Mujtaba Rahman, ex economista della Commissione Europea che ora lavora per la società di consulenza sui rischi politici Eurasia Group. “Dopo la crisi l’economia avrà un assetto profondamente diverso rispetto a prima e il governo vuole mano libera per rimodellarla.”

La Gran Bretagna ha lasciato formalmente l’UE alla fine di gennaio ma rimarrà soggetta alle regole dell’unione fino alla fine dell’anno; nel frattempo, le due parti tentano di stipulare accordi permanenti su tutto, dalla pesca alla finanza.

Rahman, che prima sosteneva che fosse probabile che questo periodo di transizione venisse esteso, ora prevede che ci sia una maggiore possibilità che i negoziatori non riescano a trovare un accordo. Ciò significa che nel 2021 la Gran Bretagna tornerebbe a commerciare con l’Unione Europea secondo le condizioni stabilite dall’OMC – ciò che viene comunemente chiamato il “no-deal”.

Un simile risultato sconvolgerebbe l’economia britannica: gli analisti sono tornati a paventare gli stessi scenari disastrosi di camion allineati per chilometri sul Canale della Manica che incombevano in passato, quando i negoziati sono stati più volte sul punto di fallire. Altri invece sostengono che l’impatto del no deal sull’economia sarebbe una goccia nel mare del caos causato della pandemia.

Per quanto sia alta la posta economica in gioco, la politica è ancora più importante per Johnson, che da mesi affronta critiche incessanti sulla sua gestione della pandemia.

Al contrario, il Primo Ministro può ancora fare leva sulle argomentazioni che ha usato per vincere il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea nel 2016 e le elezioni tre anni dopo.

La priorità assoluta di Johnson, affermano gli analisti, è di assumere una posizione negoziale molto più dura rispetto al suo predecessore, Theresa May. Alcune delle principali differenze di vedute fra la Gran Bretagna e l’Unione Europea riguardano questioni di principio che i funzionari britannici dubitano potranno essere risolte con un’estensione dei negoziati. E più il Regno Unito rimane all’interno del regime commerciale europeo, più denaro dovrà sborsare, un risultato politicamente disastroso per Johnson.

Anche se probabilmente il Primo Ministro preferirebbe arrivare a un accordo, e ha usato la linea dura per mantenere l’appoggio dei sostenitori della Brexit durante le precedenti fasi delle trattative, alcuni membri del suo entourage spingono per il no deal. Le decisioni sull’opportunità o meno di scendere a compromessi, e fino a che punto, devono ancora essere prese. Con l’avvicinarsi della scadenza, le considerazioni politiche stanno spingendo Johnson verso l’ostinazione piuttosto che verso la flessibilità.

La Brexit rimane un punto nodale all’interno del partito conservatore. Alcuni dei critici della gestione del coronavirus da parte di Johnson, compresa la cautela nel rilassamento del blocco e la decisione tardiva di mettere in quarantena i viaggiatori in arrivo per 14 giorni, sono anche sostenitori della Brexit. Per Johnson, non ha senso alienarli ora cercando un compromesso con Bruxelles.

Gran parte della propaganda del governo sulla Brexit sembra rivolta più al pubblico britannico che al continente europeo. È un chiaro segno di lotte intestine all’interno dei sostenitori della Brexit e del partito conservatore in generale.

Il punto di vista dell’Unione Europea

Anche dal punto di vista dell’Europa le probabilità di fallimento dei negoziati sono ora maggiori, se non altro perché i colloqui commerciali sono scesi nell’elenco delle priorità, sovrastati dalle enormi conseguenze della pandemia.

I leader europei sono quasi costantemente impegnati nelle trattative per stabilire come l’Unione affronterà le ricadute del coronavirus, quindi è probabile che la Brexit sia considerato un problema secondario.

Sebbene i negoziati con la Gran Bretagna siano proseguiti in modo relativamente regolare attraverso la teleconferenza, David Frost, il principale negoziatore britannico, ha dichiarato: “Siamo vicini ai limiti di ciò che è possibile realizzare” in questa modalità. I funzionari britannici hanno chiesto di riprendere i negoziati faccia a faccia a luglio, ma affermano di non volere che questa situazione di incertezza per l’economia si protragga fino all’autunno.

Il principale negoziatore dell’Unione europea, Michel Barnier, ha dichiarato: “Non credo che possiamo continuare così per sempre.” Il suo tono era anche più duro di quello di Frost. Ha accusato Johnson di avere fatto marcia indietro sugli impegni assunti nella dichiarazione politica che ha posto le basi per l’uscita della Gran Bretagna.

Vi sono inoltre tensioni sui nuovi controlli sugli scambi commerciali con l’Irlanda del Nord, una parte del Regno Unito che confina con l’Irlanda, che rimane all’interno dell’Unione.

Per ora, i leader politici europei non danno segno di volere essere coinvolti nei colloqui.

Alcuni analisti sostengono che la pandemia spingerà la Gran Bretagna e altri paesi a riportare le attività produttive sul suolo nazionale per ridurre la propria dipendenza dal commercio estero. Ciò ridurrebbe ulteriormente la necessità di un accordo con Bruxelles.

Nonostante i sostenitori della Brexit affermino che gli effetti di un no deal potrebbero essere minimi rispetto alle perdite causate dal coronavirus, gli analisti pensano che l’economia britannica subirebbe danni rilevanti.

I porti potrebbero intasarsi e le forniture sarebbero bloccate. La casa automobilistica giapponese Nissan ha dichiarato che la sua fabbrica a Sunderland, nella depressa Inghilterra nord-orientale, non sarebbe economicamente sostenibile senza un accordo commerciale esente da tariffe.

Le aziende, già vacillanti a causa del crollo della domanda e della cassa integrazione dei dipendenti, potrebbero non resistere a un altro shock a gennaio.

“L’indebitamento è cresciuto a causa del coronavirus e le aziende non possono permettersi di affrontare anche la Brexit”, ha scritto su Twitter Nicole Sykes, responsabile dei negoziati dell’Unione Europea presso la Confederazione dell’Industria Britannica.

“È abbastanza avventato affermare che, poiché l’impatto economico del coronavirus sarà catastrofico, una Brexit senza accordo non può peggiorare le cose”, ha affermato Sam Lowe, esperto di commercio presso il Centre for European Reform di Londra. “È un’argomentazione speciosa: dato che siamo già a terra, un altro calcio non farà differenza.”

Fonte:

The New York Times, “How the Coronavirus Makes a No-Deal Brexit More Likely” di Mark Landler e Stephen Castle

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