Coronavirus: a che punto è la cura?

Articolo tradotto da Carlotta Acme, traduttore inglese italiano e traduttore italiano inglese

Nonostante tutti i progressi della medicina moderna, il sistema immunitario è per lo più abbandonato a sé stesso quando si trova a fronteggiare un virus: dei circa 200 tipi noti per infettare l’uomo, sono disponibili terapie approvate solo per circa 10. Ora si tratta di una gara contro il tempo per rendere il coronavirus l’undicesimo: è improbabile che il vaccino arrivi prima di un anno e una terapia efficace potrebbe rappresentare la soluzione migliore per contrastare il coronavirus nel breve e medio termine. Ma a che punto è la ricerca di un farmaco che funzioni? Diamo uno sguardo.

Coronavirus: i farmaci esistenti

  • L’idrossiclorochina è stata utilizzata per decenni nel trattamento della malaria, dell’artrite reumatoide e del lupus. Ma la verità è non si sa ancora se abbia qualche valore terapeutico per il Covid-19. Inoltre, l’idrossiclorochina può avere gravi effetti collaterali come danni cardiaci, alla retina e persino cecità permanente. Un nuovo studio suggerisce che il farmaco potrebbe accelerare il recupero dei pazienti nei casi lievi, tuttavia non è stato ancora sottoposto a revisione paritaria. Studi precedenti erano limitati, inconcludenti o presentavano gravi difetti.
  • Sorprendentemente, è stato osservato che i farmaci immunosoppressori possono giocare un ruolo nel trattamento del coronavirus. Si ritiene che in alcuni pazienti critici, in particolare i giovani, il coronavirus possa scatenare un’eccessiva reazione immunologica potenzialmente fatale nota come tempesta di citochine. Il tocilizumab è un efficace antidoto contro questo fenomeno ed è utilizzato per “calmare” il sistema immunitario nei pazienti con artrite reumatoide e alcuni tipi di cancro. I risultati della sperimentazione clinica per questo farmaco potrebbero arrivare all’inizio dell’estate.

Anche se l’idrossiclorochina e il tocilizumab fossero approvati come terapie contro il coronavirus, è molto improbabile che si rivelerebbero delle panacee. La speranza rimane lo sviluppo di un nuovo farmaco. Due tipologie sono attualmente allo studio:

  • Farmaci antivirali, come quelli usati per curare l’HIV, che inibiscono la replicazione del virus all’interno delle cellule infette. Decine di antivirali contro il coronavirus si trovano in varie fasi di sviluppo; il più incoraggiante, il remdesivir, è al momento testato in sei studi clinici, alcuni dei quali dovrebbero produrre risultati questo mese.
  • Farmaci antibiotici, che imitano la risposta immunitaria di un paziente guarito e potrebbero quindi essere usati sia come trattamento che come profilassi. I medici hanno già tentato di trasferire gli anticorpi di pazienti Covid-19 guariti a pazienti in condizioni critiche attraverso trasfusioni di plasma sanguigno; gli anticorpi sintetici servirebbero allo stesso scopo, ma su scala più ampia. Numerose aziende di biotecnologia stanno sviluppando anticorpi monoclonali derivanti da pazienti guariti o da topi geneticamente modificati che potrebbero entrare in sperimentazione questa estate. Se tutto va bene, potrebbero essere pronti per un uso limitato in autunno.

Il vaccino

Tuttavia, nel lungo periodo l’unica soluzione definitiva alla pandemia sarà lo sviluppo di un vaccino. Solitamente, l’immunizzazione avviene utilizzando forme attive ma indebolite del virus o parte di esso dopo averlo inattivato tramite calore o sostanze chimiche. Questi metodi presentano degli svantaggi. Per esempio, la forma viva può continuare ad evolversi nell’ospite, potenzialmente recuperando parte della sua virulenza e causando la malattia; per quanto riguarda la forma inattivata, sono necessarie dosi più elevate o ripetute per raggiungere il necessario grado di protezione.

Alcuni studi usano questi approcci collaudati, mentre altri usano una tecnologia più recente. Una delle strategie più innovative consiste nel costruire un vaccino “ricombinante”. Questa tecnica estrae il codice genetico della proteina S (spike protein) presente sulla superficie del Sars-CoV-2, che è la parte del virus che con maggiore probabilità provoca la reazione immunitaria nell’uomo, e lo trasferisce nel genoma di un batterio o di un lievito, costringendo questi microrganismi a produrre grandi quantità della proteina. Altri approcci ancora più recenti bypassano le proteine e costruiscono i vaccini sulla base delle stesse istruzioni genetiche. È questa la tecnica adottata dalla Moderna e da un’altra azienda, la CureVac, entrambe impegnate nello sviluppo di un vaccino per il Covid-19 a partire dall’RNA messaggero.

Ma in definitiva, le scorciatoie che si possono prendere nella ricerca di un vaccino senza correre rischi eccessivi sono limitate. E c’è altro potenziale problema. Non appena verrà approvato un vaccino, sarà necessario produrlo in grandi quantità e molte delle società impegnate in questa gara contro il tempo non hanno la capacità produttiva necessaria.

La biologia dei virus e la tecnologia dei vaccini potrebbero rappresentare fattori limitanti, ma è molto più probabile che saranno la politica e l’economia le vere barriere all’immunizzazione.

Fonti:

The Guardian, “When will a coronavirus vaccine be ready?” di Laura Spinney

The New York Times, “When will there be a treatment for the Coronavirus?” di Spencer Bokat-Lindell

Immagine: politico.eu

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2020-04-11T12:37:36+02:00
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