Coronavirus: la terapia al plasma

Articolo tradotto da Carlotta Acme, traduttore inglese italiano e traduttore italiano inglese

Molte potenziali terapie sono attualmente allo studio per curare il coronavirus, compresi nuovi farmaci specificamente studiati per colpire il virus SARS-CoV-2 o farmaci “riconvertiti”, ovvero farmaci originariamente sviluppati per curare un’altra malattia che si sono dimostrati efficaci nel trattamento del COVID-19. Tuttavia, la terapia di gran lunga più vecchia oggi al vaglio è il plasma da convalescente, che consiste nel trasfondere il plasma sanguigno di persone guarite in pazienti con la malattia in corso.

Che cos’è il plasma e in cosa consiste la terapia contro il coronavirus?

Il plasma è la parte liquida del sangue privato di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. La scoperta di questa terapia risale a più di cento anni fa, quando Emil Behring ricevette il primo premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina per avere dimostrato che il plasma poteva essere usato per curare la difterite.

Oggi sappiamo che la componente chiave del plasma nel trattamento delle infezioni sono gli anticorpi, proteine a forma di Y che combattono uno specifico agente infettivo con cui l’organismo è entrato in contatto. Sono prodotti in grandi quantità dalle cellule B del nostro sistema immunitario e sono progettati per legarsi al virus invasore e concentrare la risposta immunitaria su di esso. L’idea di base della vaccinazione è infatti stimolare preventivamente la produzione di anticorpi per combattere infezioni con cui l’organismo non è ancora venuto in contatto. Al contrario, la terapia al plasma da convalescente si basa sul trasferimento di anticorpi da donatori che hanno già sviluppato una risposta immunitaria al coronavirus, offrendo così una protezione immediata (seppur transitoria) al ricevente.

Il plasma da convalescente è già stato sperimentato come terapia nelle precedenti epidemie di coronavirus. Sono stati condotti alcuni studi di osservazione durante la prima epidemia di Sars nel 2003, che hanno riportato un miglioramento nei pazienti sottoposti alla terapia, senza gravi complicazioni. Tuttavia, nella maggioranza dei casi si trattava di casi clinici, che purtroppo non forniscono prove scientifiche affidabili.

La terapia è stata testata anche durante l’epidemia di Ebola fra il 2013 e il 2016: diversi casi clinici hanno dato risultati promettenti, ma anche qui non sono stati condotti studi randomizzati su larga scala. Ciononostante, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato le linee guida sul corretto utilizzo di questo nuovo trattamento contro il coronavirus.

I primissimi rapporti diffusi sui pazienti COVID-19 curati con plasma da convalescente hanno suscitato molto interesse. Tutti gli studi hanno concluso che la terapia al plasma è sicura e migliora la guarigione del paziente, ma presentano limiti significativi: hanno coinvolto solo un massimo di dieci pazienti e non c’erano pazienti di controllo (persone a cui non è stata somministrata la terapia), quindi è impossibile stabilire come avrebbero reagito i pazienti senza trattamento.

Fortunatamente, sono in corso studi più approfonditi per raccogliere prove concrete a favore o contro l’uso del plasma da convalescente. Oggi sono oltre 60 gli studi clinici in tutto il mondo che coinvolgono attivamente pazienti affetti da coronavirus per studiare l’effetto della terapia. In genere ai pazienti vengono somministrati circa 500 ml di plasma per via endovenosa e i loro progressi vengono quindi attentamente monitorati. Molti studi utilizzano il plasma di pazienti non infetti come placebo, così da garantire che tutti i benefici osservati siano effettivamente attribuibili agli anticorpi contro il virus SARS-CoV-2.

Quali sono i rischi?

Sebbene il plasma da convalescente mostri grande potenziale, alcune preoccupazioni teoriche stanno tenendo tutti i team di sperimentazione clinica con il fiato sospeso. Innanzitutto, inoculare anticorpi dall’esterno potrebbe peggiorare l’infezione a causa di un raro fenomeno chiamato potenziamento anticorpale (antibody-dependent enhancement – ADE). Gli anticorpi che si legano al virus potrebbero essere assorbiti dalle cellule che esprimono i recettori anticorpali, cosa che potrebbe consentire al virus di entrare nelle cellule che normalmente non sono suscettibili all’infezione, aumentando la produzione di nuove particelle virali. Ciò si verifica principalmente nelle infezioni da dengue, ma è stato riscontrato anche nei casi di coronavirus MERS.

Un ulteriore rischio teorico è che gli anticorpi provenienti dall’esterno possano impedire all’organismo di attivare una propria risposta immunitaria adeguata. È noto che ciò si verifica con gli anticorpi materni: gli anticorpi trasmessi naturalmente dalla madre possono impedire al bambino di rispondere correttamente alla vaccinazione. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei vaccini vengono somministrati dopo le otto settimane di età.

Un’altra questione è se ci sarà una quantità sufficiente di plasma da convalescente per tutti i pazienti, soprattutto nei primi mesi della pandemia durante i quali il rapporto tra pazienti guariti e individui non infetti è basso. Ci sono però alcuni lati positivi. Per prima cosa, il rapporto tra donatore e ricevente è favorevole: il trattamento in genere richiede solo una o due unità di plasma, mentre i donatori di solito ne forniscono da due a tre unità. Inoltre, circa il 70% della popolazione è considerata idonea a donare sangue, che suggerisce che il 70% dei guariti potrebbero essere donatori idonei, ma si tratta di una stima ottimistica.

Quanto è sicuro il plasma da convalescente?

È importante tenere presente che ricevere il plasma da un donatore comporta diversi potenziali rischi: lievi effetti collaterali comprendono febbre o reazioni allergiche, come eruzioni cutanee o prurito. Il plasma deve anche essere compatibile con il gruppo sanguigno del ricevente per prevenire reazioni trasfusionali. Molto più grave è il rischio di infezioni trasmissibili per via ematica, ma fortunatamente tale rischio può essere ridotto al minimo sottoponendo il donatore ad esami preventivi.

Un’altra limitazione da considerare è che la popolazione anziana con cuore o polmoni indeboliti (cioè le fasce a più alto rischio) potrebbe non tollerare la ricezione di un tale volume di plasma, una complicazione nota come “sovraccarico circolatorio da trasfusione”.

Ulteriori sviluppi: l’H-Ig

Se il plasma da convalescente può essere considerato una prima tappa nella ricerca di una cura per il coronavirus, la seconda tappa è rappresentata dalla globulina iperimmune o H-Ig (hyperimmune globulin). Mentre il plasma da convalescente richiede una lavorazione minima (i principali processi impiegati sono lo screening di eventuali agenti patogeni e la loro inattivazione), l’H-Ig è un prodotto farmaceutico standard ottenuto dalla frazione anticorpale purificata del plasma e, come tale, richiede uno sviluppo clinico completo prima dell’approvazione. L’H-Ig differisce dal plasma da convalescente per purezza e composizione: il primo contiene principalmente la frazione anticorpale dell’immunoglobulina G del plasma donato, mentre il secondo contiene tutto il fluido sanguigno meno la frazione cellulare. Per questo motivo, l’H-Ig è più concentrato e più potente del plasma da convalescente. Molti studi sono attualmente in corso per determinare l’efficacia della terapia e il miglior metodo di produzione su larga scala.

In assenza di una cura di comprovata efficacia, i medici non hanno altra scelta che utilizzare le terapie più promettenti attualmente disponibili, anche in assenza di studi clinici completi. Ma man mano che la pandemia progredisce, emergeranno sempre più evidenze a sostegno dell’efficacia clinica di tali terapie, migliorando, si spera, i risultati.

Fonti:

Nature, “Convalescent serum lines up as first-choice treatment for coronavirus” di Cormac Sheridan

The Conversation, “Coronavirus: what is plasma therapy?” di Sarah L Caddy

Foto: Open Online

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2020-05-20T10:56:39+02:00
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