La traduzione nel cibo: cosa bolle in pentola

La traduzione nel cibo, come ogni traduttore italiano inglese, inglese italiano e in generale ogni traduttore sa, è un argomento stimolante e spinoso che comporta sia opportunità che sfide.

Tradurre il cibo: difficoltà

La passione per il cibo è ormai un fenomeno conclamato e sempre più diffuso. Secondo l’ANSA, il 51% degli italiani parla di cibo e di gusti ogni giorno. Programmi di cucina, libri di cucina, corsi di cucina, chef che diventano star televisive: tutto indica che il cibo è sempre più in cima ai pensieri di tutti. Generi alimentari di diverse parti del mondo sono sempre più largamente disponibili: fino a qualche anno fa, leccornie come mango, avocado, zenzero, lime, curry, oyster sauce, sake, ecc. erano disponibili solo presso pochi negozi specializzati. Anche la cucina fusion è sempre più apprezzata dalle buone forchette di tutto il mondo occidentale.

Questo crea una commistione di terminologie e neologismi che rende la traduzione nel cibo tanto stimolante quanto problematica. Per fare qualche esempio: se entrate da Starbucks (ora anche a Milano, a proposito di globalizzazione) e chiedere un “latte”, avrete un espresso con l’aggiunta di latte caldo e schiuma. E chi resiste alla tentazione di un frappuccino, un misto di caffè o crema, ghiaccio e vari altri ingredienti, solitamente completato da panna montata e salse dolci di varia natura?

Non dimentichiamo poi piatti dai nomi che richiamano la tradizione italiana, ma che in Italia non si sono mai visti: fettuccine Alfredo e spaghetti meatballs, che si aggiungono alla sempre più nutrita schiera di ricette tipiche della cultura italo-americana. Infine, molti italiani in viaggio in America si saranno stupiti nell’apprendere che “pizza pepperoni” non ha niente a che vedere con gli ortaggi, ma è in effetti condita con un tipo di salame che in Italia non esiste.

Ma non finisce qui: bisogna fare qualche ricerca per capire la differenza fra “ice cream” e “gelato”, visto che il termine italiano è sempre più utilizzato anche nei paesi anglosassoni per indicare un prodotto con meno grassi, più denso e meno arioso della sua controparte americana. E sa pensate che il “brown sugar” sia semplicemente “zucchero di canna” (termine improprio anche in italiano), beh, non è così. Quando una ricetta parla di brown sugar si riferisce a un tipo di zucchero semi-integrale o integrale che però, a differenza di quello normalmente venduto in Italia, mantiene una certa quantità di melassa, a seconda che sia dark brown sugar (che ne ha di più) o light brown sugar (che ne ha di meno) e risulta quindi molto umido.

Tutto ciò fa alzare almeno un sopracciglio anche al più esperto traduttore italiano inglese o inglese italiano.

Tradurre il cibo: importanza

Ma quanto è importante una corretta traduzione nel mercato del cibo, anche e soprattutto per le aziende del settore alimentare? Come in molti campi, è fondamentale per una serie di motivi. Vediamone alcuni.

Etichette: le etichette dei prodotti alimentari devono rispettare precise regole. La normativa UE 1169/2011 stabilisce che le etichette devono essere scritte nella lingua più facilmente comprensibile dai consumatori di ogni stato membro. Quindi, fornire tutte le informazioni richieste dalla legge, correttamente tradotte, è fondamentale per le aziende che esportano prodotti alimentari.

Packaging: oltre a riportare informazioni obbligatorie per legge, la confezione è il biglietto da visita del prodotto che contiene. L’inglese è una lingua che “fa molto figo” in Italia e non è raro trovare confezioni con scritte in inglese. Tuttavia, come spesso succede nel marketing, se vuoi arrivare al cuore (ma soprattutto alla pancia) delle persone, devi parlare la loro lingua. Una scritta accattivante in inglese non sarà mai efficace come una scritta accattivante in italiano, e verrà ricordata molto meno.

Schede tecniche: dalle schede tecniche richieste per legge e inserite nell’apposito database, alle schede di prodotti complessi come vini e formaggi, alle istruzioni per utilizzare preparati alimentari, tutto deve essere adeguatamente tradotto, sia per non causare un danno d’immagine all’azienda sul mercato internazionale che per essere in linea con le normative vigenti.

Menu, ingredienti, tagli di carne, unità di misura: tutti elementi essenziali da tradurre per moltissime categorie di attori del settore: ristoranti e hotel, food blogger, siti di aziende alimentari, libri di cucina, ecc. Le difficoltà di traduzione sono molte: per esempio tradurre, a volte parafrasando, a volte addirittura spiegando, ingredienti particolari o strettamente legati ad uno specifico territorio (vai a spiegare la differenza fra il prosciutto di Parma, il prosciutto San Daniele e il prosciutto di Langhirano a uno straniero…). E se vi piace la carne dovete essere disposti a studiare, perché i tagli sono molto diversi fra paese e paese – alcune volte esistono delle corrispondenze, altre no. Per esempio, “chuck” può essere sia il reale che il cappello del prete, e invece di ordinare un costoso filetto, perché non provare la gustosissima e molto meno cara flat iron steak? Infine, un’ulteriore fonte di malditesta per il traduttore sono le unità di misura: grammi? Once? Tazze? UK o US?

In conclusione, la traduzione nel cibo è un’arte molto più complessa di quello che si pensa. Come in molti altri campi, affidarsi a parenti o amici volenterosi, o traduttori improvvisati, è una scelta rischiosa che può portare a diversi problemi, come spiego nell’articolo Qual è l’importanza delle traduzioni per le aziende?

La soluzione migliore è affidarsi a un traduttore professionista, meglio ancora se specializzato in questo settore.

TORNA AGLI ARTICOLI
2019-06-27T14:12:52+01:00
We use cookies to make sure you have the best experience on our website. If you continue using this website we assume you are happy with that. Ok