Il cibo è un universo sterminato che comprende un’infinita varietà di prodotti, culture, storie e tradizioni. Come tutti gli ambiti variegati, anche il food English ha un suo fraseggio, una sua terminologia, un suo modo di parlare che distingue il profano dall’esperto. E ogni traduttore italiano inglese e inglese italiano specializzato nel settore del food&beverage deve padroneggiare questo linguaggio alla perfezione.
In più, nonostante il periodo difficile (per usare un eufemismo) per tutta l’economia globale, le esportazioni dei prodotti alimentari italiani mostrano una sorprendente tenuta, sia nel cibo che nelle bevande. In tutto il mondo i buongustai non vogliono privarsi del piacere di concedersi un pezzo di pregiato parmigiano reggiano, del buon prosciutto crudo, un ottimo piatto di pasta o un bicchiere di prosecco o di lambrusco.
Vediamo quindi alcune espressioni di food English che traducono parole o concetti molto presenti e di grande attualità nel mercato alimentare italiano e che ogni vero connoisseur deve sapere. Successivamente, vedremo alcune espressioni italiane intraducibili in inglese e come un buon traduttore può ovviare a questa difficoltà.
Food English: la terminologia degli esperti
Foodie: l’inglese riesce spesso ad esprimere un concetto articolato in una sola parola, e questo è uno di quei casi. Un foodie è una persona che ha un forte interesse per il cibo, una buona conoscenza, gusti raffinati e un piacere nel mangiare che va al di là del semplice nutrimento.
Sous-vide: questo termine preso in prestito dal francese si traduce letteralmente con sottovuoto. Più che al confezionamento si riferisce al metodo di cottura sottovuoto, sempre più in voga nei ristoranti (e nelle cucine), mediante il quale un alimento viene confezionato sottovuoto e cotto a lungo a temperature basse e controllate.
Mirepoix: la base di tutta la cucina mediterranea, il soffritto. In Italia è solitamente composto dal trittico cipolla carota e sedano, ma in altre cucine, come per esempio quella Cajun, può comprendere anche i peperoni in sostituzione delle carote. In questo caso prende il nome di Holy Trinity, che la dice lunga sull’importanza della cucina in molte tradizioni.
Meuniere: altro termine preso in prestito dal francese. La meunière letteralmente è la mugnaia; si tratta del classico metodo di cottura “alla mugnaia”, in cui l’alimento viene passato leggermente nella farina (da cui il nome) e poi soffritto nell’olio o nel burro.
Plating: l’impiattamento, il tocco finale del vero chef che rende un piatto una vera composizione artistica.
Craft beer: la birra artigianale, sempre più in voga in Italia (non solo fra gli hipster) anche grazie al moltiplicarsi di microbirrifici artigianali che offrono le proprie variazioni sul tema.
Farm to table: a chilometro zero. Spesso usato dai ristoranti per indicare che gli ingredienti provengono dalla zona circostante e quindi il loro utilizzo non solo non comporta emissioni di CO2 per il trasporto ma aiuta a sostenere l’economia locale.
Free-range: indica le uova di galline che non sono solo allevate a terra e non in gabbia (cage-free), ma che sono anche libere di razzolare, cioè allevate all’aperto.
Grass-fed: l’ultima tendenza in fatto di carne sostenibile, sempre più onnipresente sia nella vendita al pubblico che nei ristoranti. I bovini vengono alimentati solo con erba invece di cereali e mangimi, il che produce una carne più magra e con un sapore leggermente selvatico. Teoricamente è più sano per gli animali e meno dannoso per l’ambiente, oltre che più salutare.
Food English: parole italiane intraducibili (ma un modo c’è)
Pinzimonio: un antipasto un po’ demodé che consiste nell’intingere verdure crude in un condimento di olio, sale e pepe. Tipicamente si tratta di verdure croccanti che non assorbono molto olio come finocchi, sedano, carote e peperoni. Non esiste una traduzione esatta di questa usanza, poiché non esiste nei paesi anglosassoni; ma si può facilmente ovviare con “raw vegetables dipped in a dressing of oil, salt and pepper.”
Abbiocco: quel senso di sonnolenza che ci sopraffà dopo avere mangiato un pasto abbondante, seguito a ruota dall’inevitabile pennichella. Un concetto tipico italiano che viene di solito tradotto con food coma. Un po’ drammatico, ma rende l’idea. Un’alternativa più misurata può essere semplicemente after-meal drowsiness.
Scarpetta: una pratica che è così cara agli italiani che è ora perfino entrata a fare parte delle buone maniere a tavola per dimostrare apprezzamento e non sprecare i deliziosi intingoli che spesso accompagnano i piatti. Anche qui la traduzione deve ricorrere a un giro di parole: dunk bread in sauce è una possibilità, anche se implica che ci sia molto sugo nel piatto (dunk significa inzuppare), oppure mop up sauce (with bread).
Al dente: la pasta portata a perfetta cottura. Questa espressione è ormai entrata a fare parte del food English per indicare la pasta che ha ancora una consistenza piuttosto tenace. Altre possibilità sono “still firm” (ancora soda), “firm to the bite” e “still has a bite to it” (ancora soda sotto i denti).
Gremolata: gli amanti dell’ossobuco (in inglese veal shank o, per chi ne sa, ossobuco) sanno di cosa si tratta: un condimento composto da un trito di prezzemolo, aglio e scorza di limone, con l’aggiunta, in alcune versioni, di acciughe. Naturalmente né l’ossobuco né la gremolata sono tipici della cucina anglosassone, quindi non esiste un termine equivalente e bisogna accontentarsi di un’espressione descrittiva: finely chopped parsley, garlic and lemon zest.
Apericena: amata e odiata, ma comunque molto in voga presso i giovani e meno giovani italiani. Consiste in un aperitivo rinforzato da piattini sfiziosi. Si tratta di un termine particolarmente difficile da tradurre, poiché il concetto di base, cioè quello dell’aperitivo, non è tipico della cultura anglosassone. La parola aperitif non è particolarmente diffusa, pre-dinner drinks risulta molto più comprensibile. Anche in questo caso, perciò, bisogna ricorrere a una perifrasi, e la più chiara ed immediata è pre-dinner drinks and snacks, anche se pre-dinner in questo caso indica più la fascia oraria che il fatto che i drinks and snacks vengano seguiti da una cena vera a propria, cosa che raramente accade. Un’altra possibilità è usare il termine spagnolo tapas, molto diffuso in America e molto simile alla pratica dell’apericena.
In conclusione
L’enogastronomia e la cucina attirano sempre più interesse, anche grazie ai numerosi programmi televisivi, alla crescente reperibilità di ingredienti insoliti ed esotici e alla disponibilità di attrezzature semi-professionali per uso domestico. Il mercato del food&beverage, inoltre, è uno dei più promettenti e resistenti all’attuale crisi causata dal COVID-19, e con le migliori possibilità di ripresa una volta conclusa l’emergenza.
Ora più che mai, le aziende alimentari e vitivinicole votate all’export devono rivolgersi a partner linguistici che padroneggino il food English e possano tradurre i loro contenuti in modo professionale, senza cioè che sembrino traduzioni ma che abbiano la naturalezza dell’originale. Inoltre, è necessaria una profonda conoscenza della terminologia specifica, sia tecnica che di uso comune da parte del pubblico. La soluzione è affidarsi a un traduttore italiano inglese e inglese italiano esperto e, perché no, con una passione per il buon cibo.