Uno dei temi più caldi oggi nel settore vitivinicolo è l’annoso conflitto fra Prosecco e Prošek. La richiesta da parte della Croazia del marchio DOP ha scatenato le ire dei produttori italiani, che non ne vogliono sapere. Come traduttore inglese italiano e traduttore italiano inglese specializzato nel settore del food & wine, è importante per me tenermi aggiornata sugli sviluppi di questioni come questa, che hanno un impatto non solo sul mercato, ma anche sulla corretta terminologia da usare. Cerchiamo di riassumente questo spinoso problema.

Prosecco contro Prošek: facciamo chiarezza

Il Prosecco è probabilmente uno dei vini italiani più famosi, con enormi volumi di esportazioni al pari di giganti come Chianti e Lambrusco. È diventato sinonimo di divertimento frizzante, bottiglie che si stappano e brindisi conviviali. Ma dietro le bollicine si nasconde un’accesa disputa sul diritto della Croazia di vendere il Prošek, un vino da dessert di alto livello, nei negozi europei con un nome molto simile a quello del Prosecco italiano.

A differenza del Prosecco, il Prošek è un vino dolce fermo che viene prodotto da uve bianche coltivate principalmente nella Dalmazia meridionale, con una lavorazione tradizionale che prevede l’appassimento delle uve al sole su tappeti di paglia prima della pressatura. Questo vino viene venduto a un prezzo elevato perché ogni bottiglia richiede l‘utilizzo di una quantità maggiore d’uva rispetto alla maggior parte degli altri vini dolci. Il nome Prošek è stato bandito in tutta Europa fin dal 2013 a causa delle proteste dei produttori italiani ed è attualmente in commercio con il nome di Vino Dalmato.

Da allora, la Croazia si batte per rovesciare questa decisione. A fare infuriare l’Italia è stata la scelta della Commissione Europea di dare seguito alla recente richiesta della Croazia di conferire il marchio DOP (in inglese Protected Designation of Origin o PDO) al Prošek. Il Prosecco è tutelato dalla DOP dal 2009 e dalla legge italiana fin dal 1969. Gli italiani sono indignati dal fatto che Bruxelles stia anche solo considerando di concedere la DOP e la situazione sembra di difficile risoluzione.

Prosecco contro Prošek: inizia la battaglia

All’entrata nell’Unione Europea nel 2013, la Croazia ha tentato di ottenere il marchio DOP per il suo Prošek, ma la Commissione Europea ha respinto la richiesta asserendo che questo avrebbe creato un conflitto con il Prosecco, nonostante si tratti di due prodotti completamente diversi.

Il paese balcanico sottolinea che il Prošek fa parte del proprio patrimonio culturale fin da prima dei Romani. Viene comunemente prodotto a livello domestico secondo antiche ricette di famiglia. È tradizione in Croazia che, alla nascita di un bambino, i genitori conservino il Prošek di quell’anno per consumarlo il giorno delle nozze del figlio.

Naturalmente le esportazioni di Prošek sono irrilevanti se non nulle e non è paragonabile a un marchio rinomato a livello internazionale come il Prosecco, le cui vendite sono triplicate negli ultimi dieci anni e la cui crescita non si è fermata nemmeno durante la pandemia: le esportazioni hanno segnato un +17% nei primi quattro mesi del 2021, con una produzione complessiva di oltre 600 milioni di bottiglie all’anno.

Anche il Prosecco vanta una lunga tradizione. Viene prodotto in Veneto e Friuli Venezia Giulia, in una zona che comprende il paese di Prosecco, che ha dato il nome al vino. Anticamente era anche conosciuto come pucinum dal nome di un castello nelle vicinanze e secondo Plinio il Vecchio l’imperatrice Romana Augusta attribuiva la propria longevità al consumo esclusivo di questo vino.

Prosecco contro Prošek, cosa dice la legge

Il marchio DOP garantisce una forte protezione all’interno dell’UE e impedisce ad altri produttori di utilizzare i marchi tutelati e il relativo potere evocativo, evitando di confondere i consumatori sulla vera origine del prodotto.

Se l’Italia riuscisse a convincere la Commissione Europea che il consumatore comunitario medio potrebbe essere portato a credere che il Prosěk sia commercializzato dagli stessi produttori del Prosecco italiano, generando quindi confusione, o che la parola Prosěk sia effettivamente la traduzione del termine Prosecco, potrebbe spuntarla nel bloccare la richiesta della Croazia.

A onor del vero, è difficile immaginare che la concessione della DOP al Prosěk possa danneggiare le vendite di Prosecco. Quello che preoccupa davvero i produttori italiani è che potrebbe costituire un pericoloso precedente per la proliferazione di altri prodotti Italian sounding stranieri, come afferma il ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli.

La Commissione ha giustificato la richiesta della Croazia sulla base del principio che due prodotti dal nome simile possano entrambi godere delle tutele previste, a condizione che sia possibile evitare qualsiasi confusione. È questa la logica che verrà presumibilmente sfruttata dalla Croazia durante il procedimento, insieme alla storia secolare del Prosěk.

Tuttavia, precedenti casi simili nella giurisprudenza comunitaria potrebbero dare man forte all’Italia. Nel 2008, una sentenza della Corte Europea di Giustizia ha reso illegale l’uso del termine parmesan da parte dei produttori di formaggio tedeschi, affermando che si trattasse di una traduzione evocativa del Parmigiano italiano. Di recente, la stessa Corte ha deliberato che l’uso del termine champanillo da parte di una catena di locali di tapas in Spagna potesse portare i consumatori a credere che il vino frizzante servito in questi locali fosse in qualche modo collegato allo champagne francese.

Un altro caso che potrebbe rafforzare la posizione dell’Italia è la disputa del Tokaj del 2005. Il Tokaj è un vino da dessert ungherese e la Corte ha imposto ai viticoltori del Friuli Venezia Giulia di abbandonare il nome tocai per il proprio vino bianco fermo a causa della potenziale confusione che questo avrebbe generato.

Dato che il Friuli Venezia Giulia è anche una delle due regioni di produzione del Prosecco, è impossibile non notare l’ironia del fatto che una sentenza contro alcuni viticoltori friulani potrebbe alla fine essere la salvezza di altri.

Conclusione

Oltre ovviamente alla conoscenza linguistica, un traduttore degno di questo nome non può esimersi dal seguire i principali temi e notizie di attualità nei propri settori di competenza. È quindi essenziale per me, in quando traduttore italiano inglese specializzata nel food&beverage, tenermi aggiornata sugli ultimi avvenimenti per essere sempre in grado di utilizzare la corretta terminologia.

TORNA AGLI ARTICOLI

Condividi questo articolo