“Maccherone, m’hai provocato e io te distruggo” esclamava Alberto Sordi nella famosissima scena del film Un americano a Roma. E come il personaggio, l’italiano è, almeno linguisticamente parlando, tendenzialmente esterofilo, con ampio uso sia di loanwords (prestiti linguistici) che di calque (calchi linguistici). Lo dimostra la quantità di anglicismi e parole inglesi presenti nella nostra lingua, usate correttamente o, più spesso, in modi per così dire creativi, che stanno formando un nuovo ibrido chiamato Italenglish. E come traduttore italiano inglese e traduttore inglese italiano, è importante saperli riconoscere ed evitarli in modo da rispettare l’uso corretto di ciascuna lingua.
Italenglish, un fenomeno radicato
Alcuni arcinoti esempi di parole inglesi che ormai da anni sono legate a doppio filo con l’italiano sono “slip” (mutande, in inglese underpants o semplicemente underwear; slip significa invece “sottoveste”), “body” (più propriamente leotard), “box” (garage) e “smoking” (tuxedo o più genericamente dinner suit).
Naturalmente gli italiani fanno anche l’ “autostop”(hitchhiking o hitching a ride) e gli “stage” (internship), oltre a utilizzare forme abbreviate di parole inglesi, incomprensibili alle orecchie di un madrelingua, come “mail” invece di email, “basket” invece di basketball e “reality” invece di reality show.
Un’altra categoria comprende parole inglesi usate correttamente ma senza un vero motivo, dato che esistono equivalenti italiani perfettamente accettabili: assumiamo manager, organizziamo meeting, ci godiamo il week-end, andiamo agli show, siamo fan, andiamo pazzi per lo shopping, ci fanno paura i serial killer, ci preoccupiamo del budget, usiamo i computer, incrementiamo il business e lavoriamo part-time. Il tutto ovviamente senza mai aggiungere la “s” del plurale inglese alla fine delle parole. Diamo anche feedback, anche se gli italiani utilizzano questa parola come sostantivo sia singolare che plurale, mentre in inglese è uncountable, come information e news.
Si sentono anche orribili traduzioni letterali come “confidente”, “disturbante” e “sfidante” che, oltre a non esistere in italiano, denotano anche una certa pigrizia semantica, visto che esistono equivalenti molto più naturali (oltre che molto meno ridicoli) come “fiducioso”, “inquietante” e “impegnativo”.
Italenglish, se lo conosci lo eviti
Naturalmente invocare l’autarchia linguistica che vorrebbe vedere gli italiani usare parole come “casimiro” (non un nome proprio, bensì l’italianizzazione di cashmere), “bevanda arlecchina” (un’espressione misteriosa che significa cocktail) e “ritirata” (no, non siete stati sconfitti a Waterloo, significa toilette o WC) sarebbe ridicolo. Ugualmente inutile, oltre che anacronistico, è combattere contro parole legate alla tecnologia come mouse, laptop, social network, software, hardware, smartphone, ecc. Tuttavia alcuni anglicismi potrebbero essere tranquillamente evitati, non solo per una questione di correttezza linguistica in sé, ma soprattutto perché in molti casi rivelano una scarsa conoscenza dell’inglese. Eccone alcuni:
Management – soprattutto se pronunciato ponendo l’accento sulla seconda sillaba invece che sulla prima. Può essere tranquillamente sostituito con “gestione” o “dirigenza”.
Fa senso – un calco che fortunatamente sta sparendo, ma che fino a qualche anno fa si sentiva spesso come traduzione letterale dell’espressione inglese it makes sense. Un’espressione che non ha veramente senso e fa anche un po’ senso.
Call – nell’accezione italiana una telefonata di lavoro, mentre in inglese significa semplicemente “chiamata” o “telefonata”.
Smart working – spesso usato in italiano preceduto da “in” (“sono in smart working”), non è nemmeno un’espressione usata in inglese: si usa piuttosto working from home o remote working. Ha il suo equivalente in “lavoro da remoto” o, se vogliamo essere più contemporanei, “lavoro agile”.
Jobs act – dare un nome tipicamente anglosassone a una legge italiana mi è sempre sembrato molto strano. “Legge sul lavoro”, “Riforma del lavoro” e infinite altre alternative.
Spending review – forse la politica italiana ha bisogno di darsi un tono, ma si chiama “revisione della spesa”.
Briefing – una parola che si riferisce specificamente all’incontro durante il quale viene dato il brief, cioè l’insieme di informazioni, istruzioni e linee guida, verbali o scritte, fornite per eseguire un determinato lavoro. In italiano questa distinzione non è conosciuta né tantomeno utilizzata.
Conclusione
Per un traduttore è importante conoscere questi e molti altri esempi di Italenglish per poterli identificare, comprenderne il significato originale e, se necessario, sostituirli con la parola più appropriata in ciascun particolare contesto. Purtroppo in Italia la conoscenza dell’inglese è ancora poco diffusa e molti cercano di compensare questa mancanza con l’uso smodato (e spesso scorretto) di termini anglofoni, senza accorgersi di ottenere così l’effetto contrario, che Alberto Sordi indubbiamente definirebbe con un sorriso “l’effetto maccherone”.