Il fenomeno del cosiddetto “Italian sounding” è in rapida (e drammatica) crescita: le stime di Coldiretti parlano di cifre attorno ai 60 miliardi di Euro. Ma cos’è? “Italian sounding” è un’espressione recentemente entrata nel gergo del settore alimentare per indicare quei prodotti che utilizzano nomi, immagini, indicazioni geografiche o marchi che hanno una parvenza, o un “suono”, italiano, ma che non lo sono affatto. Questi prodotti contraffatti cavalcano il successo e la diffusione dei veri prodotti italiani in tutto il mondo, soprattutto di quelli più famosi come il Parmigiano Reggiano, danneggiandone la reputazione per via della loro qualità scadente e il fatto che i consumatori spesso non sono in grado di distinguerli. Come traduttore italiano inglese e traduttore inglese italiano specializzato nel settore del food&beverage, è importante per me conoscere questo fenomeno.

Vediamolo più in dettaglio.

Italian sounding: un grave problema

Il fenomeno è largamente diffuso nel settore alimentare e rappresenta un grave problema per i veri prodotti italiani, sottoposti a severe normative e disciplinari, che comportano un altissimo livello qualitativo ma anche costi non indifferenti. I prodotti simil-italiani, invece, sono spesso di bassissima qualità, ma anche molto più economici. L’altro grosso problema è che i prodotti italiani originali sono considerati sinonimo di gusto, sicurezza e caratteristiche d’eccellenza e godono di grande fiducia nei consumatori di tutto il mondo. Tuttavia, molti di loro non sanno distinguere il falso dal vero, e trovandosi di fronte al falso rimangono delusi credendolo vero. Il risultato è un enorme danno di immagine per i produttori italiani.   

Qualche esempio: un finto prosecco (vino frizzante scadente camuffato da vero prosecco) chiamato “Rich Prosecco” è riuscito a vendere più di un milione di lattine (sì, lattine!) in Europa e negli Stati Uniti, grazie anche a una testimonial accattivante come Paris Hilton, prima di essere costretto a cambiare nome in “Rich Secco” a causa della chiara violazione della normativa sull’indicazione geografica.

Molti sono convinti che il “parmesan” sia l’eccezionale Parmigiano Reggiano, al punto che il consorzio ha una squadra di avvocati che si occupa esclusivamente di difendere il marchio dalle imitazioni. Un momento decisivo in questa battaglia è stato il 2008, quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha approvato una legge che estende la tutela alla parola “parmesan”.

Nei supermercati brasiliani si può trovare il Caccio Cavalo, che si fa passare per il tipico formaggio del Sud Italia.

In Argentina viene venduta la pomarola, che i consumatori cedono prodotta con pomodori italiani.

E che dire dei chapagetti, in vendita in alcuni negozi coreani?

Ma il problema non è limitato a posti esotici e lontani: in Germania si può trovare la “pasta achuta”, e nel nord Europa è diffusissima la pizzaburger surgelata, una specie di mostro ibrido metà pizza e metà hamburger. Neanche il vino viene risparmiato: il famoso rosso Barbera in Romania è diventato un bianco.

Alcuni esempi fanno anche sorridere: chi si farebbe mai tentare dalla Zottarella (finta mozzarella), da un non meglio identificato “Parmesan Salami” o da un calzone chiamato “Calzini”?

Più si guarda lontano, più le imitazioni del Made in Italy sono diffuse. Il problema è più grave negli Stati Uniti e in America Latina, seguiti dall’Australia, dalla Corea, dalla Thailandia e dalla Russia. Ed è ancora oggi molto comune perfino in Europa, dove le certificazioni DOP, DOC e IGP garantiscono una certa tutela.

Cosa si può fare per combattere l’Italian sounding?

Come abbiamo visto, il danno ai produttori italiani non è limitato alle mancate vendite, ma anche al crescente scetticismo dei consumatori, che temono di essere indotti ad acquistare un’imitazione.

Le associazioni di produttori e le istituzioni sono impegnate a trovare una soluzione efficace al problema. Oltre ai marchi già esistenti DOP, DOC e IGP, si sta valutando l’ipotesi di introdurne di nuovi, come il marchio “100% Made in Italy” e il cosiddetto “Stellone”. L’idea ha molti sostenitori, tuttavia l’origine delle materie prime sta creando qualche conflitto. Per esempio, la pasta è italiana, ma è spesso prodotta utilizzando anche grano straniero. Il caffè, un altro simbolo del Bel Paese, non potrebbe essere considerato 100% italiano, perché la materia prima viene coltivata in altri paesi, soprattutto in Sud America e Africa.

Un’altra soluzione adottata dai vari consorzi di tutela, oltre che dalla stessa ICE, consiste nel mettere in campo attività promozionali nei punti vendita dei vari paesi, che comprendano anche degustazioni, presentazioni o altre forme di iniziative informative ed educative, in modo da insegnare al consumatore a distinguere l’originale dall’imitazione, difendendo così sé stessi e il prodotto.

Vi sono poi diversi accordi bilaterali con vari paesi, che prevendono anche azioni per la tutela dei prodotti. Un esempio è l’accordo con la Cina entrato in vigore il 1° marzo 2021, che proteggerà oltre 200 GI (Geographical Indications) europee sull’enorme mercato cinese, compresi il Prosciutto di Parma, il Parmigiano Reggiano, il Barolo, il Gorgonzola, la Bresaola della Valtellina e l’Aceto Balsamico di Modena. Nei prossimi quattro anni, l’elenco dei prodotti tutelati arriverà a comprendere altri 350 GI da entrambe le parti.

Tutte imitazioni? No.

Tuttavia, esistono casi limite in cui i prodotti non sono imitazioni, ma originali semplicemente prodotti in altri paesi. L’esempio principale sono gli Stati Uniti, dove molti immigrati italiani hanno iniziato a produrre i prodotti tipici della propria regione d’origine, come avevano fatto per generazioni in patria. Si tratta spesso di ottimi prodotti, realizzati utilizzando materie prime di qualità e rispettando alti standard produttivi e di benessere animale. Questa tendenza è in grande crescita negli Stati Uniti, sia perché questi originali-non-originali costano meno dei prodotti importati, sia per il famoso patriottismo americano del “buy American”.

Qualche esempio: la famiglia Sartori, produttori italo-americani di formaggi di quarta generazione, offre Parmesan, Asiago e Gorgonzola, tutto rigorosamente made in Wisconsin; la rinomata Salumeria Biellese, che nonostante il nome ha sede a New York, dove produce coppa, guanciale e perfino culatello made in USA dal 1925; il pastificio Sfoglini, fondato a Brooklyn nel 2012, che produce pasta biologica; e i vari produttori di pomodoro San Marzano e olio extra vergine di oliva della California, dove il clima si presta a queste coltivazioni.

Conclusione

Questo fenomeno sottolinea ancora di più l’importanza di una comunicazione diretta ed efficace per i produttori italiani, per i quali è fondamentale sapere trasmettere ai consumatori la superiorità dei propri prodotti rispetto alle imitazioni. In questo, avere al proprio fianco un traduttore inglese italiano o un traduttore italiano inglese può davvero fare la differenza.

Fonte immagine: lifeinitaly.com
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