Nonostante l’inglese sia una delle lingue più diffuse e parlate al mondo, il ruolo del traduttore professionale inglese non è così facile come si potrebbe pensare. È vero che la grammatica può sembrare più semplice di molte altre lingue derivate dal latino e che solitamente è sufficiente una manciata di vocaboli e un’infarinatura generale per riuscire a comunicare, ma un buon traduttore italiano inglese o traduttore inglese italiano deve saper affrontare ben altre complessità che il pubblico normalmente non conosce.
Secondo molti esperti, l’inglese è la lingua più ricca di parole al mondo e comprende fra 500.000 e un milione di parole, a seconda delle stime e del metodo di conteggio adottato. Ma perché un numero così elevato di vocaboli? Uno dei principali fattori è la diffusione globale della lingua, che l’ha portata ad assorbire parole ed espressioni da molte culture e lingue diverse. Ne consegue che un ottimo traduttore professionale inglese deve memorizzare e padroneggiare un vasto vocabolario di termini, utilizzandoli nei contesti e nella maniera più opportuni. Molte parole comuni in inglese non hanno una traduzione univoca in italiano ed è necessario ricorrere a perifrasi o circonlocuzioni per rendere lo stesso concetto. Un esempio è facepalm, ovvero il gesto di portarsi il palmo della mano alla fronte davanti a una situazione imbarazzante o un errore evidente. Un altro esempio è wanderlust, che indica la voglia di viaggiare e di avventura. La stessa cringe, così gettonata fra i giovani e sui social, non ha un vero equivalente in italiano: si riferisce a una reazione di imbarazzo davanti un comportamento considerato stupido o ridicolo ed è utilizzata sia come aggettivo che come verbo, cosa non insolita in una lingua fluida e flessibile come l’inglese.
Un’altra difficoltà che il traduttore professionale inglese deve imparare ad affrontare è l’utilizzo del registro formale o informale, che si discosta molto dall’italiano e che viene impiegato in occasioni diverse. Lo stesso concetto si può esprimere in modo formale o colloquiale utilizzando una costruzione della frase e un vocabolario che variano considerevolmente. In più, in inglese si ricorre al registro informale molto più di frequente rispetto all’italiano, anche nello scritto. In generale, le parole di origine latina sono più consuete nei testi e nel parlato formale. Il professionista deve quindi appurare quale registro desidera utilizzare il cliente per poter eseguire una traduzione che soddisfi le aspettative.
Un ulteriore livello di complessità è dato dal gran numero di idiomi e modi di dire che si sono sviluppati nei molti paesi dove l’inglese è parlato. Questo non solo comporta un ulteriore impegno mnemonico, ma anche la necessità da parte del traduttore di prestare attenzione a non ricorrere a idiomi non frequenti o non comprensibili nel mercato a cui è destinata la traduzione. Per esempio, have a yarn (fare una chiacchierata) si usa soprattutto in Australia, mentre chuffed (soddisfatto, compiaciuto) si sentirà principalmente nel Regno Unito e non è opportuno adottare queste espressioni in altri mercati.
Anche l’ortografia pone sfide non indifferenti poiché, nonostante segua alcune regole e schemi, prevede molte eccezioni. È quindi necessario memorizzare la grafia di ogni parola per evitare i cosiddetti misspelling. Inoltre l’inglese è una lingua ricca di omofoni, cioè parole con una diversa ortografia ma pronunciate nello stesso molto, e omografi, ovvero parole con la stessa grafia ma pronuncia diversa. Alcuni esempi del primo caso sono their e they’re (che provocano non poca confusione fra gli stessi madrelingua); bear (orso) e bare (nudo, spoglio); e hear (sentire) e here (qui). Per quanto riguarda gli omografi possiamo citare present (regalo) e present (presentare), in cui cambia l’accento, o tear (strappo, strappare) e tear (lacrima). Ci sono poi parole con la medesima grafia e pronuncia che però variano di significato a seconda del contesto: bat può indicare sia una mazza che il pipistrello, close sia vicino che chiuso, crane sia il volatile che il macchinario, e molto altri.
Dato che l’inglese è una lingua parlata da un numero considerevole di popoli diversi, negli anni è cambiato e si è trasformato per adattarsi alla cultura locale e ha inglobato vocaboli ed espressioni degli abitanti del luogo. Il risultato è che vi sono notevoli differenze non solo fra l’inglese parlato negli Stati Uniti e quello parlato nel Regno Unito, ma anche in Australia, Sudafrica, Giamaica, ecc. Di conseguenza, il traduttore professionale inglese deve conoscere e saper utilizzare queste differenze a seconda del mercato a cui è rivolto il testo. L’esempio più ricorrente è la differenza di grafia fra l’inglese americano e quello britannico: color e colour, honor e honour, splendor e splendour, ecc. Le due sponde dell’atlantico sono separate anche da alcune differenze di vocabolario: il carrello è cart in inglese US e trolley in inglese UK, l’appartamento è apartment in US e flat in UK, le vacanze sono vacation in US e holiday in UK e molti altri esempi. Tuttavia, anche gli altri paesi anglofoni del mondo hanno sviluppato la propria versione di inglese e utilizzano vocaboli e modi di dire unici; nonostante siano meno diffusi, il traduttore professionale inglese deve comunque saperli affrontare e rendere al meglio.
Ultimo ma non per importanza, uno dei principali requisiti del traduttore professionale è la capacità di produrre traduzioni che non suonino come traduzioni. Questo è possibile principalmente accumulando esperienza, ricercando e trovando ogni volta la parola o l’espressione che risulti più naturale e scorrevole, traducendo al contempo l’originale in modo fedele e preciso. Si tratta di una delle prerogative dei traduttori umani che i traduttori automatici o la IA non riescono ancora a eguagliare. Le traduzioni eseguite con questi strumenti risultano infatti spesso rigide e goffe, sia dal punto di vista della terminologia che della sintassi. Un’altra caratteristica che le macchine ancora non offrono è la capacità di individuare e tradurre le espressioni idiomatiche e i modi di dire, che vengono spesso resi in maniera letterale, generando confusione e non di rado anche risultati esilaranti. Tantomeno riescono a tradurre l’ironia, l’umorismo, i riferimenti e le sfumature culturali e molti altri fattori, tutti parte del bagaglio professionale e mentale del traduttore in carne e ossa.